venerdì 19 luglio 2013

FATTORE NGF? QUESTO SCONOSCIUTO. EPPURE PER LA RICERCA È UN "EVERGREEN"


Ci sono storie intramontabili che non possono cominciare con il classico “c’era una volta”, ma “c’è”, “tuttora c’è” ed ha condizionato la ricerca, le aspettative di vita, la cura di una serie di malattie. Si tratta di una scoperta-rivelazione conquistata con sacrificio, passione e dedizione da parte della regina italiana della medicina: il fattore NGF, acronimo di Nerve Growth Factor, “rampollo” della luminare Rita Levi -Montalcini. Nient’altro che l’intuizione grazie alla quale la studiosa piemontese è stata insignita del premio nobel per la medicina nel 1986, dividendo il riconoscimento con lo statunitense Stanley Cohen.

L’avvio di una serie inaspettata di successi per la ricercatrice si può far coincidere con i primi esperimenti di innesto di frammenti di tumore di volatile o topo nell’arto embrionale di pollo, sfruttando la maggiore rapidità proliferativa delle cellule tumorali. Le cellule tumorali dette anche neoplastiche, infatti, sono cellule indifferenziate, non specializzate in nessuna particolare funzione, non corrispondenti cioè ad alcun peculiare organo, ma in grado di produrre tutte le tipologie cellulari di un individuo in maniera incontrollata.

La luminare si rese conto che il tumore innestato, per la precisione un sarcoma 180 (tumore derivante da un tessuto connettivale) si sviluppava in maniera inconsueta. Le motivazioni presero immediatamente il posto dei dubbi. L’intuizione della Montalcini si muoveva verso un assunto: le cellule neoplastiche rilasciano in circolo un fattore umorale, una proteina in grado di favorire lo sviluppo e la crescita delle fibre nervose. La ricercatrice intuì che quella stessa sostanza non aveva solo una funzione trofica, consistente cioè nell’aumentare il volume delle singole cellule, ma era anche dotata di proprietà riparatrici che permettevano di orientare l’accrescimento delle fibre nervose verso una direzione precisa, per mantenere, a determinate quantità, l’organismo in una condizione ottimale di salute.

Privando (in vitro) le cellule della proteina, se ne comprese meglio il funzionamento, etichettandola “NGF”, fattore di crescita nervoso. L’assenza dell’NGF” provocava, infatti, un processo fatale per le cellule bersaglio, ossia l’apoptosi definita anche morte programmata cellulare. In altre parole, quando si produce un danno in un tessuto, le cellule situate frontalmente all’area danneggiata promuovono la secrezione di una piccola proteina fondamentale per il mantenimento e la crescita dei neuroni.

Gli studi della Montalcini sono stati determinanti per la scienza, perché hanno aggiunto un metodo innovativo e hanno spianato la strada per la comprensione dei processi sia tumorali che rigenerativi del tessuto nervoso e successivamente anche di altre aree dell’organismo.
Quando l'NGF venne scoperto la sua importanza sembrava legata unicamente al sistema nervoso. Oggi le applicazioni più promettenti sono relative alla possibilità di sviluppare terapie più mirate per la cura dell’Alzheimer o del morbo di Parkinson. Ma le ricerche sono in divenire. Tuttora. A distanza di sessant'anni dai primi approcci con la materia “rovente”.


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