giovedì 3 gennaio 2013

MARIO RASETTI RICORDA RITA LEVI-MONTALCINI


Credits: Claudio Pasqua
Il mio oggi è un dolore a molte facce:

- come uomo, per la perdita di una carissima amica – dal 1976, a seguito di un incontro occasionale all’Accademia dei Lincei, fino a diventare un riferimento quasi materno. Ma questo appartiene alla sfera interiore, privata e non ne parlerò;

- come cittadino, di un paese che piange una sua figlia grandissima, con affetto, ammirazione e gratitudine sconfinati;

- come scienziato, cui mancherà una straordinaria figura di riferimento etico ed un esempio luminoso di coerenza e rigore.

Inizio da quest’ultima. Comprendere come funzioni il cervello è forse la più grande sfida scientifica del secolo. Solo pochissimi scienziati, giganti del pensiero, campioni di una visione coraggiosa e laica della scienza, paladini di un nuovo umanesimo, seppero coglierne con lucidità la portata: Rita Levi Montalcini lo ha fatto, con decenni di anticipo.

Iniziò indagando gli effetti del trapianto di un tumore di topo sul sistema nervoso dell'embrione di un pulcino: apparentemente una piccola cosa, ma che diede inizio ad una affascinante storia di grande scienza, fatta di intuizioni profonde, di inesauribile determinazione, di rigoroso impegno metodologico, nel perseguire l’idea che lo sviluppo del sistema nervoso non fosse influenzato da segnali provenienti dai tessuti circostanti, ma dal fatto che i neuroni si potessero dividere, in un processo di crescita e migrazione e morte che proprio in quest’ultima trovasse l’inizio dello sviluppo.

Un’idea che – rivoluzionaria nella sua apparente semplicità – contraddiceva l'ipotesi dominante che il sistema nervoso fosse statico e la differenziazione delle cellule fosse guidata esclusivamente dal programma genetico, sostituendole la congettura che le cellule nervose sapessero produrre una sostanza capace di stimolare la loro stessa crescita. Rita riuscì, con Stanley Cohen, ad isolare ed identificare la frazione nucleo-proteica tumorale in grado di stimolare la crescita delle cellule nervose, il Nerve Growth Factor (NGF). Poi, provando col veleno di un serpente, in grado di degradare gli acidi nucleici su un frammento di tessuto nervoso, Rita trovò un risultato sorprendente: la sostanza produceva una crescita nervosa equiparabile a quella del sarcoma. E scoprì così l’elemento attivo, chiudendo il percorso iniziato con l’embrione di pulcino e gli aghi da cucito: il fattore neurotonico era molto maggiore nel veleno che nel tumore, e questo le permise di identificare l’NGF in una molecola proteica e mostrare che esso costituisce un elemento fondamentale nel normale sviluppo del sistema nervoso.

La ricerca sull’NGF è oggi un programma paradigmatico che ha letteralmente mutato il volto delle neuroscienze aprendo nuove frontiere di ricerca e nuove incredibili prospettive terapeutiche. Fra l’altro, esso è alla base del concetto di neuroplasticità – cruciale nel cercare di comprendere "come funziona il cervello" – cioè l’incredibile capacità che esso ha di modificare e adattare la propria organizzazione a seguito dei processi di apprendimento.

Ma c’è un’altra lezione più profonda per cui siamo grati a Rita: i suoi altissimi, inflessibili valori morali. Primo fra tutti il lavoro: persino durante le persecuzioni razziali Rita continuò a lavorare, e ha lavorato sempre, instancabilmente, fino all’altro ieri occupandosi di mille cose, con il più grande rigore e con indomabile passione. L’EBRI, l'European Brain Research Institute, di cui è stata ispiratrice e presidente; la Fondazione Rita Levi Montalcini, che reperisce finanziamenti da destinare all'istruzione delle donne del Sud del mondo; il Senato della Repubblica, dove – senatrice a vita – ha dato più volte esempio di una altissima coscienza civica; i libri, ricchi di messaggi fondamentali. Voglio ricordare "I nuovi magellani nell'era digitale", dedicato a uno dei temi che più stanno a cuore a quanti hanno a cuore i giovani e il loro futuro: le potenzialità offerte dalla rivoluzione digitale. Quelli che lei definisce i "nuovi magellani", i navigatori di Internet sulle vie della conoscenza, sono i futuri paladini della globalità, cui toccherà di affrontare realtà drammatiche come la povertà, il razzismo, l'analfabetismo, la negazione dei diritti civili in tanti paesi; per loro lo sviluppo tecnico e scientifico apre finalmente spazi infiniti all'esplorazione.

La presenza di Rita è stata ovunque simbolo d’impegno umanitario, rivendicazione dei più alti valori morali, specchio di intelligenza e di sapere rigorosamente laico, visione di nuovi orizzonti, bandiera del cammino di emancipazione dei più deboli. Sensibile alle tragedie del Terzo Mondo e indomabilmente battagliera nel promuovere la consapevolezza degli immensi benefici dell'istruzione e della conoscenza, Rita si è adoperata soprattutto per la parte di umanità che ancora è la più fragile, quella femminile.

E voglio infine ricordare quello che fu forse il suo affetto più grande; Paola, la sorella gemella artista, sulla quale nel dolore della perdita Rita scrisse un libro appassionato. Quando mi parlò di lei per la prima volta Rita disse: "lei era il genio d famiglia"; e al cospetto di tanta umanità e grandezza io, noi tutti, non possiamo che inchinarci, abbracciandola un’ultima volta con tanto affetto, per dirle tutta la nostra gratitudine per averla avuta come amica ed esprimerle il vuoto che lascerà in noi.

Mario Rasetti *
Cimitero Monumentale di Torino - 2 gennaio 2013 


* Mario Rasetti si è laureato in Ingegneria Nucleare nel 1966 al Politecnico di Torino e nel 1967 in Matematica. Nel 1969 ha conseguito il dottorato di ricerca in Fisica (PhD) a Göteborg (Svezia). Attualmente è Professore ordinario di Fisica teorica, modelli e metodi matematici al Politecnico di Torino, Direttore della Scuola di Dottorato e Segretario Generale della Fondazione ISI (Institute for Scientific Interchange Foundation).

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